Adorabilissima
...una cantastorie di bassa lega...
Utente: AdorabileCla
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domenica, 21 giugno 2009, 19:52

Un rantolo.

- Sei lì? –

Col cazzo che te lo dico. Striscio lungo la parete umida con le mani avanti, cercando di evitare gli ostacoli che questo buio mi impedisce di vedere. Il trucco è colato col pianto. Non m’immaginavo tanta violenza, tanta perversione. I polsi mi fanno male. Avevi stretto forte la corda, ma mi hai lasciato sola il tempo necessario per riuscire a liberarmi. Sanguinano. Mi fai schifo.

- Ehi, baby... vieni fuori, dai... dai che continuiamo a giocare –

Questo non è un gioco. Mi brucia ancora la pelle attorno ai seni. Dovevi appoggiarci le labbra, leccare i capezzoli... così doveva essere, come le altre volte. Ma avevi appena finito di legarmi, quando il tuo sguardo è cambiato. Si è fatto freddo. Anzi, no... si è acceso. Si è acceso di una luce malata. Dannata cera! Dannato te! Mi resteranno i segni per chissà quanto... ma le ferite interne sono le più brutte da guarire.

Dove diavolo è andato a finire l'amore? Quell'amore che mi hai sussurrato per mesi, che mi ha accarezzato il cuore.

- Piccola, vieni fuori. Mi sto arrabbiando... e non è un bello spettacolo vedermi arrabbiato –

Non è un bello spettacolo nemmeno vederti ubriaco. Non ti rendi nemmeno conto di quello che mi hai fatto. Forse domattina non ti ricorderai nemmeno di aver passato la lama del coltello sul mio corpo, sul collo, fra le gambe, fra le labbra. E di avermi tagliata.

- Piccola! -

La voce è forte, rabbiosa.

Ho paura. Ho paura di te, di cosa puoi farmi se mi prendi.

Qualcosa di viscido mi sale sulla mano e tento di soffocare un urlo. Porto le mani sul corpo martoriato dalla tua follia. Il reggicalze è integro e anche le calze si sono salvate. Tutto il resto è perduto. Dalla mia dignità, alla fiducia nella vita. Anche se riuscissi a scappare, dove potrei andare conciata così? Mi rendo conto d'avere ancora indosso le scarpe col tacco. Le sfilo. Con quanta cura m'ero preparata per te. Che stupida.

Il silenzio mi attanaglia.

Un movimento nell'oscurità mi dice che sei lì.

- Sorpresa! –

L'alcol colpisce i miei sensi. Devi aver bevuto ancora.

Dio, vorrei morire.

Dio, vorrei vederti morire.

Il gesto mi viene istintivo. Conosco a memoria i lineamenti del tuo volto. L'avrò accarezzato mille volte. E ficcarti il tacco nell'occhio, è la cosa più semplice di questo mondo. Poi scappo, mentre tu urli dolore, con una scarpa da donna conficcata nel cranio.

Fuggo da quel castello che pensavo essere il mio nido d'amore. Corro lontano, in piena notte, in aperta campagna, con una luna che illumina a malapena il mio cammino.

Raggiungo il ponte che separa l'inferno dal paradiso. In un attimo, decido.

E le acque fredde e profonde di quel fiume che non è mai stato mio amico mi prendono con sé.

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mercoledì, 03 giugno 2009, 23:39

Avevo bisogno di vomitare tutto il mio malessere. Questo star male continuo che mi attorcigliava le budella e assopiva la testa. Ed era un male che avevo indipendentemente da quello che facessi, da come mi comportassi. Potevo fumare cento sigarette al giorno che l'unico chiamiamolo disguido era l'alito accartocciato. Per il resto, la tosse ce l'avevo continuamente. Una tosse catramosa che a volte mi impediva di respirare, tanto era insistente e continua.
Pochi mesi di vita, m'avevano dato all'ultima visita.
Quindi, perchè risparmiarsi?
Non avevo amori. Non avevo affetti. Chissà come sarebbero stati gli ultimi giorni. Su un letto d'ospedale, sola come un cane, a rantolare e vomitare tutto il mio male. Questo pensiero mi veniva sempre quando stavo per sbronzarmi, proprio al limite della lucidità quando, il bicchiere successivo mi avrebbe finalmente alleviato le tante pene.
Ero alticcia. Niente di strano. E traballante. Ovvio. E il portone del mio palazzo era solo a pochi metri dall'uscita del bar. Quando vidi una bambina rannicchiata sui gradini d'ingresso. Sembrava dormire. Beata lei. Ma forse neanche tanto visto che alle tre di mattino si ritrovava in mezzo a una strada da sola. Mi avvicinai in punta di piedi. Che cosa sciocca, visto il casino che facevano i motori in strada. Tant'è. Le scostai i capelli castani dal viso. Avrà avuto cinque anni forse. Le guance erano sporche e rigate dalle tante lacrime che doveva aver versato. I vestiti erano strappati.
E mi spaventai. Che potevo fare io per quella piccina? Non ero in grado di pensare nemmeno a me.
Lei aprì gli occhi e ricominciò a piangere. Sommessamente. Spaventata.
E io... io la feci alzare. No, non la presi in braccio, perchè io stessa faticavo a stare in piedi. Le feci cenno d'entrare nel portone. E non so perchè lo fece. Io, a una come me, e soprattutto nello stato in cui mi trovavo, non avrei dato un minimo di fiducia. Invece lei si asciugò le lacrime con la manica del maglione e mi precedette.
Ohibò... io non so che avrei potuto fare adesso. Sembravamo due relitti in mezzo al mare. E chissà, forse su una qualche spiaggia sicura prima o poi saremmo anche arrivate.

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venerdì, 15 maggio 2009, 23:30

- ... sei felice? -
- uhmmm... ma che domanda è? - ho risposto sulla difensiva.
- è una domanda semplice. Voglio sapere se con me sei felice - hai detto guardandomi dritto negli occhi.
Io... io ho preso tempo. Il tempo di fare un respiro profondo e dire - Io con te ci sto bene -
- fanculo, va! Possibile che non t'allarghi mai? -
Sono scoppiata a ridere quando ho visto il tuo volto imbronciato. Sei troppo forte. Dai... Amore... io con te ci sto bene davvero. Non farmi paranoie. Non chiedermi se sono felice. Perchè potrei dirti tranquillamente che mi fai felice per un miliardo di cose. Quali? Bé... sono felice quando mi fai le sorprese, quando mi dici che non puoi venire e poi mi suoni il campanello di casa. Sono felice quando ti metti a giocare a pallone col primo gruppo di ragazzini che trovi in strada. E io mi beo di te, di quei momenti. Starei a guardarti per ore quando mostri il tuo animo pulito. E poi... poi, vediamo... sono felice quando siamo in mezzo ad altri e tu, tacitamente, mi fai sentire la donna più bella e più importante di tutte. Sono felice quando mi asciughi le lacrime, anche quelle nate dalle cose più sciocche. Amo la persona vera che è in te, lo capisci? Coi tuoi pregi e i tuoi difetti. E poi, mi sento felice quando interrompi qualche mio discorso impegnato e te ne esci con un "ti amo". Sono felice perchè ti amo anche io, Amore. E poi... poi mi fa felice vederti sorridere del mio lato infantile, mi arrabbio delle tue finte sgridate, mi consolo con le tue carezze.
Vedi Amore... però non te lo dirò mai che sono felice.
Perchè io proprio non voglio essere felice.
E lo sai perchè? Perchè ho paura. Perchè quando si è felici, si provano emozioni uniche irripetibili. E io invece voglio che si ripetano, cazzo! Non ho nessuna intenzione di fare a meno di ciò che mi procura immenso piacere. Perchè l'opposto del piacere estremo, è un'assurda sofferenza. Ed io, di soffrire, proprio non ne ho voglia. Davvero. Abbi pazienza, Amore. Accetta la semplice idea che io non sia felice perchè non voglio sentirmi felice. E non chiedermelo più. Anzi... quando vieni assalito da qualche dubbio o incertezza, prendimi fra le braccia, guardami negli occhi, baciami. Sarà proprio nei miei gesti che troverai quelle risposte che tengo ben nascoste nel mio cuore.

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mercoledì, 13 maggio 2009, 16:18

Sono arrivata di corsa, con l'affanno, il respiro mozzo e la terribile sensazione di impotenza incollata addosso. Mi sono fermata e ripiegata su me stessa, con un dolore lancinante alla milza e il sapore di stomaco spappolato che mi riempie la bocca insieme alla saliva.
Ti prego fermati! Era questo che volevo gridare. Ma la voce non è uscita. E sono rimasta lì, impietrita, con gli occhi fissi su di te. E tu che ti sei accorto che finalmente ero arrivata. E hai sorriso. Un sorriso triste, accompagnato da uno sguardo altrettanto triste e da mille parole taciute... da mille parole soltanto accennate. Cosa devi dirmi ancora, Amore? Fermati. Fermati, cazzo! Non fare colpi di testa. Che poi mi sento in colpa fino alla morte...
Amoreeeeee... ecco, ora è uscito forte e chiaro. Un urlo disperato, gridato con tutta me stessa, con quei brandelli di anima che mi sono rimasti. Fermati. Parlami. Sono stata cattiva, lo so. Non ti ho permesso di parlarmi quando avevi ancora tante cose da dirmi. Da chiedermi. Mi sono protetta, Amore. Non volevo farti del male. E tu... tu ti sei inorgoglito. Ti sei chiuso nel tuo mondo, nella tua vita. Sembrava che non avessi più niente da dirmi, Amore. E non ti ho più cercato. Perchè? Perchè tanto dolore per nulla? Ti odio, cazzo. Ti odio. Ma fermati. Che forse ti amo... perdio.
Ma non c'è tempo. Non c'è più tempo ormai. La macchina sgomma, parte a gran velocità e finisce presto la sua corsa. Verso un destino che hai scelto. Per colpa mia? Presto, tardi, il tempo... questo maledetto tempo che a volte sembra non passare mai. Mentre normalmente ti fa vivere con entrambi i piedi nel domani. Nel domani e mezzo, nel domani e tre quarti. Ma è questo presente che non vorrei mai vivere, che vorrei poterlo saltare e fare in modo che non lasciasse traccia nella mia vita. Ma le cose non vanno mai come vorrei. Guardo la macchina sprofondare nelle acque del lago. Che non si è mai visto un lago che t'inghiotte, mentre invece questo l'ha fatto, con una voracità e un'ingordigia spaventose.
E non serve a niente il mio urlare. Non serve mai a niente il mio fare e non fare. Ed è per questo che smetto quasi subito. Smetto di pronunciare il tuo nome non appena leggo sulle tue labbra l'ultimo messaggio che hai per me... "per sempre insieme", dici.
La mia corsa, il tuffo nelle acque gelate e scure. Tutto inutile. Così com'è inutile vivere o morire. Ma nuoto lo stesso, finché posso, finché il corpo regge. E' tutto inutile: non trovo appigli per riportarti da me.
Sono acque nere, nere come l'oltretomba, nere come la mia anima. E la tua. Per sempre insieme, perdio. Per sempre. Ma non doveva andare così. No. Ho freddo. Ho il gelo nelle ossa. Ho il sangue raggrumato nelle vene. Ho il cuore spento e morto come il tuo. La mia anima adesso non troverà mai pace e consolazione nemmeno fra le braccia di chi cerca, invano, di consolarmi.

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sabato, 09 maggio 2009, 00:26
Quella mattina mi ero svegliata convinta come non mai. Tante volte avevo pianificato la cosa. Il fattaccio, chiamiamolo. Ma per un motivo o per l’altro avevo sempre rimandato. Il vaso però adesso era colmo. Non c’entravano altre gocce. Mi avevano tirato i vestiti di qua e di là. Anche i capelli. Mi sentivo le mani dolere dalle martellate ricevute sulle dita. Era ora di farla finita. Essì. Ma in maniera furba. Eh. Perché di morire, mica ce ne avevo voglia! Avrei finto di morire.
Mi misi bella comoda alla scrivania, e la penna cominciò a rilasciare il suo inchiostro. In maniera del tutto naturale buttai fuori tutte le cose che da tempo mi martoriavano l’animo. E ce n’era per tutti. Chi per una cosa, chi per un’altra. Bastarono sette minuti d’orologio per redigere una perfetta lettera di commiato. La rilessi un paio di volte. E  mi misi a piangere anche io, quasi fossi una dei molti destinatari a cui era indirizzata. E forse, indirettamente, lo ero anche, visto che doveva arrivare al cuore di tutti quelli che dicevano di amarmi. Quindi fui la prima a guardarmi dentro e a capire che non mi amavo neanche un po’. Mi promisi che sarei cambiata. Chi, meglio di me, poteva farmi tali promesse? Solo io.
Salii in camera e riempii uno zaino con un cambio d’abito e un paio di mutande pulite. Stop. Nessuno avrebbe dovuto accorgersi che nell’armadio mancava qualcosa. Uno sguardo veloce alla mia immagine riflessa nello specchio del bagno: ma chi è quella? Mi chiesi. E andai oltre.
Ripassai dallo studio e buttai nel computer quelle parole scritte maldestramente sul foglio. Invio. Ogni destinatario aveva la sua bella copia. E adesso era tutto fatto. Il più, pensavo. Ma il più, in realtà, doveva ancora arrivare.
Poi suonai al mio vicino di casa e gli chiesi se poteva prestarmi la macchina dieci minuti che io ero senza e c’era il dottore in studio che mi stava aspettando. Mi dette le chiavi della vecchia seat, una macchina che avevo sempre guardato con odio perché ogni volta mi intralciava l’uscita dal garage. Finalmente me la sarei tolta dai piedi.
Lo zaino volò sul sedile del passeggero e gli cominciai a parlare come fanno i matti con le piante o con gli animali. Mi sentivo sola. Nulla di strano, quindi. Tutto nella norma.
La strada prese a salire. I tornanti a susseguirsi. Il cellulare cominciò a suonare e i messaggi ad arrivare. Quanta gente aveva già ricevuto il mio messaggio d’addio? Che mi volessero davvero bene? Ma come mai ero ancora tanto convinta che l’amore non esistesse? O per lo meno, che non potesse mai riguardarmi da vicino? Leggevo i nomi che comparivano a ruota sul display che sembrava impazzito. Come mai la gente si fidava così ciecamente di me da credere a tutto quello che dicevo, pensavo e scrivevo? Possibile che nessuno si ponesse mai il dubbio che stessi scherzando? O peggio, stessi prendendo per il culo? Contemporaneamente al fluire di domande sulla mia dichiarata, chissà da chi, affidabilità, cominciava a crescere un leggero senso di disagio per la preoccupazione e il dispiacere che stavo procurando. Non sarebbe stato più onesto dire a tutti “ciao, me ne vado, m’avete rotto il cazzo?”. Forse sì. Ma l’essere melodrammatica mi scorreva nelle vene e non potevo farne a meno. Ed era bene scomparire realmente e andarmene lontano perchè, se dopo questo spavento, avessero realizzato che era tutta una sceneggiata, forse… dico forse… mi avrebbero ammazzato con le loro mani.
Ancora poche curve. Lo spettacolo era meraviglioso. I luoghi matildici conservavano intatti il fascino di un tempo passato. Quel tempo in cui avrei voluto vivere per sempre. Avevo quasi raggiunto la cima di una collina quando passai di fianco ad un’auto parcheggiata. Sopra c’era una coppia che discuteva animatamente. Lei era piuttosto cupa. E mi tornò in mente quel giorno, nel parcheggio, di quella coppia chiusa in macchina. E lei piangeva. E lui parlava. E forse si stavano lasciando. E io non so perché ma quasi stavo male per loro. Forse perché se un qualche tipo di amore realmente esisteva, non sarebbe mai dovuto finire.
Mi distrassi un più del dovuto, nella ricerca di una traccia di un sorriso sul volto di quei due. Ma non lo vidi. E mi rattristai. E dissi allo zainetto che l’amore non vale la pena viverlo. E, a proposito di vivere… la macchina sbandò. La ruota anteriore perse l’aderenza. Afferrai lo zainetto ben sapendo che mi sarei dovuta lanciare dalla macchina a un paio di chilometri da lì, dove c’era un bel prato soffice a farmi da materasso. Ma le stringhe si impigliarono nel cambio. Lo sportello non s’aprì. Non s’aprì subito, almeno. Perché poi, quando si aprì, la lamiera stridette contro il guard-rail. Furono pochi secondi che parvero davvero pochi. Pochi per salvarsi, pochi per rispettare il piano di fuga e di salvezza.
La seat si accartocciò su se stessa, nella caduta. E diventò quasi un cubetto. Che detta così non sembra nulla di brutto, ma il mio corpo, dentro, con le gambe spappolate nell’incavo sotto il volante che non c’era più, non la pensava esattamente allo stesso modo.
Non ci fu lo scoppio, come avevo immaginato. Quelle scene vengono alla perfezione solo nei film, forse perché le fanno e rifanno cento volte pur di ottenerla… la perfezione.
Quindi non me ne andai carbonizzata. Respiravo ancora. Male, ma respiravo. E fu proprio mentre sentivo i vigili del fuoco armeggiare con la fiamma ossidrica e delle pinze per trinciare le lamiere… dicevo… fu proprio in quel momento che ripensai al biglietto del treno che avevo nella tasca dei jeans. Pensai a quanto era buffo il destino. Pensai che a volte si vuole ingannare e si è ingannati, giocandosi la vita. Pensai che, nonostante tutto, avevo vissuto tanto.
Libera…. Libera…. Urlavano…. Ma io… io ero già in viaggio. Forse sarei andata lo stesso Parigi come avevo pianificato. Solo con altri mezzi. Le ali. Ma pur sempre da sola.
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martedì, 05 maggio 2009, 21:48
- Dammelo -
- Qui? -
- Qui o da un'altra parte, che importa? Ho voglia di te -
- Tu sei pazza... -
- Non ci vuole un genio per capirlo. Forza, dammelo -
- Ti avverto... dopo non potrai più farne a meno... e sarai solo mia -
- No, tu sarai solo mio. E' forse questo che ti spaventa? -
- Io non ho paura di nulla, tanto meno di te che sei la cosa più bella che mi sia capitata in tutta la mia vita -
- Bene... dammi la mano... senti... -
- ... è un lago... andiamo... -
- Si, portami con te... verrò con te in capo al mondo -
- Si piccola, non ti mai lascerò più -
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lunedì, 04 maggio 2009, 22:19

Mi sono macchiata di sangue.
Di sangue e di peccato.
Di sangue e perdizione.
Ma non ce l'ho fatta. Così come non ce la faccio a fare un'infinità di cose che riguardano me.
Ti ho buttato fra le sue braccia, come solo un'altra donna sa fare.
E poi mi sono unita al coro.
Ho aspettato che la spogliassi, mentre intanto cresceva dentro me una incontenibile eccitazione. Ti ho guardato leccarle i capezzoli. Lo facevi con tanta avidità, come se non avessi mai bevuto dai miei. E mi è montata una rabbia che neanche immagini. Ho trattenuto il respiro quando scendevi sul suo ventre e non staccavi le labbra da lei. E poi le hai aperto le gambe e sollevato il bacino. Sembrava te la volessi mangiare.
No, Amore, non ce l'ho fatta, no.
Ti ho spinto via da lei e ho preso il tuo posto. Ho leccato tutta la sua brodaglia che sembrava non finire mai. Ma cos'era... una fontana, o che? cazzo! Ma sono restata lì finchè la mia lingua ha fatto attrito contro le sue grandi labbra. Non te la volevo più lasciare, quella troia in calore. No. E non me ne sarei andata neanche morta da lì, non prima che te ne fossi andato tu. Ho trovato il filo del tampax e l'ho stretto fra i denti. Tenevo gli occhi chusi mentre lo tiravo lentamente verso di me, mentre lei mugolava esageratamente. Ma non puoi farla tacere questa puttana?... ti volevo dire. Ma mi hai colto alla sprovvista. Non mi ero accorta che ti eri spostato. Mi hai strappato le mutande e mi hai preso da dietro. Ed eri così eccitato che grugnivi e digrignavi i denti, come mai avevi fatto. Poi mi hai fatto girare e sedere sul tuo cazzo durissimo. Hai preso la mia lingua che sapeva di dolciastro, di sangue. Non mio, suo.
Mi hai avuto come non mi hai mai avuto prima.
Non l'abbiamo neanche sentita uscire, tanto eravamo presi da noi.

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venerdì, 01 maggio 2009, 22:27
La notte era trascorsa, lunghissima, umida, calda, fatta di sesso e di emozioni.
La scusa di un film, una serata passata in casa a coccolarsi neanche troppo ma prendendosi così, come due corpi che si vogliono e che hanno bisogno in quel momento l'uno dell'altra. Fra Loro la parola amore aveva sempre assunto una forma strana che riuniva più l'affetto e la passione che l'amore vero e proprio. Forse qualcosa di bello e importante avrebbe anche potuto esserci un tempo, ma Lei aveva deciso di non lasciare le sue abitudini, di tenersi stretta a quel fidanzato un po' assente ma tanto bravo ragazzo. Non aveva voluto rischiare. Lei pensava che i salti nel vuoto non si fanno, specialmente quando si vede che la piattaforma su cui si vuole atterrare non è sicura.
Lui aveva insisto. Le aveva chiesto di lasciare tutto, di andare a stare da lui, ma al quinto rifiuto s'era arreso.
E avevano più volte finito le loro ore d'amore a fissare il soffitto bianco e a parlare di Loro.
Il tempo era passato. Lui aveva cominciato a guardarla con occhi diversi, ad allontanarla da quel mondo che le aveva offerto su di un vassoio d'argento e che Lei aveva rifiutato.
E così, chi per una cosa, chi per un'altra, entrambi avevano sofferto.
Ancora altro tempo era passato.
Incontrarsi era comunque inevitabile perché la situazione contingente lo obbligava. E se da principio, i loro sguardi si sfioravano appena e gli abbracci erano quelli di circostanza, ogni volta che i loro corpi si avvicinavano a una distanza inferiore di quella minima vitale, entrambi sentivano scorrere nelle vene il desiderio.
- Che fai stasera? Vieni da me a vedere un film? - questa era diventata la frase con cui avevano ricominciato tutto. Tutto... solo sesso, affetto, amicizia, comprensione e compagnia. Nulla di impegnativo. Solo cene, film, chiacchiere a due, chiusi in quel piccolo appartamento che sembrava un nido d'amore. Quando erano insieme, stavano bene... quando erano lontani, ognuno viveva la propria vita.
Il chiarore dell'alba stava rischiarando la città e Loro camminavano in silenzio vicini. Lui fumava, Lei pensava. Forse anche Lui pensava oltre a fumare. Lui l'accompagnava ogni volta fino al portone di casa, le accarezzava il viso, si perdeva qualche istante nei suoi occhi verdi, poi se ne andava. Lei lo osservava allontanarsi, guardava la sua figura snella camminare fin dove lo sguardo le permetteva di vederlo, poi rientrava nel suo mondo.
Due anime travagliate, inquiete, unite da semplici gesti di quello che loro chiamavano amore ma che amore non era. Uniti dal desiderio di sopravvivere.
Lui... lei... due universi distanti, diversi... eppure così uguali...
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giovedì, 30 aprile 2009, 23:35
Beccata! Che pirla che sono stata. Non m’ero accorta che c’erano due calamite antitaccheggio. E non è valso a nulla correre più forte che potevo. Una macchina va sempre più veloce di due gambe seppur svelte e allenate. Soprattutto perché mi sono ficcata in un maledetto vicolo cieco. “non rubare in zone che non si conoscono alla perfezione”… altra regola da segnare nel decalogo della ladra perfetta che sto man mano redigendo.
Non capisco il perché di tanta brutalità però. Non è che abbia ammazzato qualcuno. Non avevo nessun’arma in mano. Nonostante tutto mi hanno scaraventato sulla volante senza rispondere a uno dei miei insulti e portata alla centrale. Ma chi si credono di essere? Loro non sanno che io mi sono guardata tutti i polizieschi dal ’60 ad oggi. Ora metto in scena un bello spettacolino. Tanto peggio di così non mi può andare. O forse sì. Nel male però, proverò a divertirmi.
Aspetto di scendere dalla macchina per esibirmi al meglio nella parte di una ladra isterica dei bassifondi di Manhattan. Vabbé, siamo a in Italia, ma che me frega. Strillo e urlo come una vera professionista, recalcitro come un mulo e faccio vedere i sorci verdi a quei due poveracci che non stanno facendo altro che il loro mestiere. È che fare l’attrice, in Italia, è poco redditizio. Sennò… quasi quasi… smettevo la carriera di ladra per provare la strada dello spettacolo!
- toh chi si vede! – vibra una voce profonda alle mie spalle. Noooooo, cazzo. Tu qui? Ma non eri in un’altra città? – sembri stupita, piccola. Mi hanno trasferito da quattro mesi. –
Io sono impietrita. Ma dico… non dovevamo vederci più? E poi… dico… la sfiga… con tutti i poliziotti che ci sono, dovevo proprio ritrovare te? Ma resto in silenzio, incapace di pronunciare una sillaba qualsiasi. Mi giri intorno e cerchi il contatto. E sento un brivido. – ricordi anche tu la prima volta? Quando ti beccai ai grandi magazzini in via Vittorio Veneto? Sono passati solo un paio d’anni, ma tu… - mi solleva il mento – non sei cambiata di una virgola –
No, io no in effetti. Ho questa capacità di restare costante nel tempo, coi miei pregi e i miei difetti. Nessuna evoluzione né involuzione. Tu invece… come mai questi modi gentili? Non dirmi che stare in mezzo ai criminali ti ha ammorbidito il carattere… non ci posso credere.
- tu…tu…sei sempre così bella. Immagino sarai anche sempre stronza come prima –
- eggià – mi scappa detto – l’hai sempre pensata così. Per fortuna che al mondo c’è gente ligia e integerrima come te! –
Ti vedo stringere il pugno in un gesto di stizza. Allora nemmeno tu sei cambiato…
- bene… ti ricordi la sala operativa, piccola? Questa è uguale all’altra dove mi venivi sempre a trovare. Il nostro mattatoio. Ho fatto più sesso in quell’ufficio con te che in dieci anni di matrimonio. –
- tempi che furono – dico.
- sì, bei tempi. E ti ricordi anche cosa avevamo detto di fare, una volta o l’altra? O hai buttato nel dimenticatoio tutto quando mi hai mollato? –
Uhhmmm brutto tono. Io mi ricordo solo che volevi fare un’orgia nel nostro mattatoio. Gli occhi gli brillano e scoppia a ridere – ahah… allora ti ricordi! Bene! Perché quando mi hanno detto il nome e cognome di chi stavano portando in centrale e ho realizzato che eri tu, bè… ho avuto tempo di sentire qualche mio collega… - e mentre gli altri due continuano a tenermi stretta per le braccia, mi prendi il viso e mi baci. E… dio quante cose mi ricordano quei baci. Cose che non dovevano finire, che nascondevano mille promesse. Mentre i pensieri sono tornati a periodi lontani, sento la porta aprirsi e richiudersi. E quando lui si stacca da me, prontamente un altro mi mette un pezzo di nastro adesivo sulla bocca. Protesto impaurita. Ma lui mi accarezza i capelli, continua a sfiorarmi il viso con il suo e la barba mi punge. E scende sul collo. E mi fa solletico. Con un gesto deciso, qualcuno da dietro mi sfila il maglione verso l’alto e poi diventa buio. Gli occhi bendati da una pezza scura. Gli vorrei dire di smetterla. Quelli erano giochi che volevamo fare quando stavamo insieme, quando fra noi c’era un gran complicità. Ora, anche se tutta la situazione finisce per eccitarmi, mi fa sentire usata, non più artefice del gioco e del divertimento. Cado in ginocchio su qualcosa di morbido, forse il mio maglione e mi legano i polsi sul davanti con altro nastro adesivo. Non so in quanti siano nella stanza. Non lo voglio nemmeno sapere. Nessuno parla. Sento solo il rumore di zip e di vestiti che scivolano via. Sento cappelle pulsanti sfregate sulle mie guance, sui capelli, sui seni. Il nastro sulla bocca viene strappato via. Cazzo che male, mi hanno fatto una ceretta labiale. E la bocca viene subito riempita a turno di cazzi diversi. Qualcuno ci sborra dentro, altri addosso. Poi mi sollevano e distendono sul tavolo e lì, anche se non vorrei perché non vorrei… ma poi chi l’ha detto che non vorrei… se prima volevo può darsi che lo voglia anche adesso… fatto sta che bastano due colpi ben assestati per farmi venire. Per la prima volta. E incitati dai miei mugolii, mi tolgono la benda dagli occhi e di loro, oltre lui, non ne conosco uno. Ma meglio così. Un’abbuffata di sesso sporco, spinto che va avanti per un bel pezzo, che riempie quei mesi di astinenza cui mi ero costretta per seguire chissà quale ideale.
E poi, sul pavimento, sfiniti. Completamente nudi e impiastricciati di sperma, io ma anche loro. I miei capelli ma anche i loro visi lucidi del mio liquido. – era come volevamo, ricordi? –
Sì, ricordo. Ora, in sospeso con te, non è rimasto proprio più niente.
Alla fine i conti tornano sempre…
- piccola, se vuoi ricominciare… -
No. Va bene così. Io sono a posto, per intenderci.
Ma spero tanto che in centrale abbiate le docce per ripulirmi un po’ e andarmene con la fedina penale linda come quella di un infante.
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mercoledì, 29 aprile 2009, 23:36

Quella foto era lì da sempre, da quando il fotografo gay era riuscito a estrapolare una delle rare immagini che ritraeva entrambi il giorno del matrimonio e gliel'aveva regalata. Aveva trovato il suo posto nella parete di fronte al letto, e da lì non s'era più schiodata. Lucida, nella sua cornice dorata, voleva immortalare un giorno che tutti (gli sposi, gli invitati, gli amici, gli amori lasciati) si sarebbero ricordati. 
(...bella... con quell'abito bianco e la pelle abbronzata. Coi capelli lunghi e lisci che toccavano i seni coperti da un corpetto di seta ricamato a mano. Distesa sul prato. Lo sguardo trattenuto... il timido sorriso nascosto sul collo di lui. Felice...)
Ma tutto quel sentore di "bello" e inossidabile, doveva essersi impresso nella carta chimica di quella foto e aver lasciato poco spazio alla realtà. Doveva esserne rimasto immelmato nei colori e nelle promesse scambiate. Dov'era finita la felicità? Perchè felici lo erano stati anche loro. Avevano fatto tutte le cose che fanno gli innamorati e forse anche qualcuna in più. E poi?
Lui la trovava cambiata. Lei diceva di non essere mai cambiata. Ed infatti era così. Erano solo le cose ad essere cambiate. Non si può dire nemmeno i sentimenti, perchè tanto erano oggi come allora. La guardava, a volte. Quando non le faceva rabbia, la guardava ancora. E la desiderava sempre. E la vedeva bellissima come quando l'aveva conosciuta. E la voleva al fianco, felice. Perchè non era felice con lui? Questa cosa lo faceva impazzire.
(...Invidiati da tutti, per la fortuna d'essersi trovati. Invidiati per com'erano, per cosa facevano, per quello che trasmettevano agli altri. E non c'era uno, uno solo, che non provasse quel sentimento.)
Lei non era felice perchè non lo voleva più al fianco. Il motivo era semplicemente quello, da una vita ormai o dall'altra ancora. 
Ma più lo guardava più si chiedeva perchè non fosse in grado di amare una persona così, che la proteggeva e pensava anche per lei, che la ritirava a galla quando la vedeva sprofondare, che amava ogni centimetro del suo corpo e non ne era mai sazio. Quale stupida poteva rinunciare ad un uomo che viveva per lei?
Lei.
(...il calore d'un corpo era uguale a quello di un altro in mancanza di sentimenti... un corpo piuttosto che un altro, un corpo dopo l'altro o alternato a un altro ancora per saziare un vuoto interiore che solo l'amore poteva colmare, l'amore per se stessa)
"Tu non mi ami" le diceva "tu reggi la routine per un po' e poi hai bisogno che qualcuno ti smuova la vita. Se tu cominciassi ad accettare la vita per com'è...".
No. Era impensabile.
Gli faceva rabbia quando diceva così. Gli avrebbe voluto urlare in faccia i nomi di quei "qualcuno" che c'erano stati. Ma neanche se li ricordava tutti. Voleva fargli del male in quei momenti, più di quanto gliene infliggesse ogni giorno la vita con lei. Voleva fargli provare anche solo la minima parte di quel male che lui le aveva volontariamente fatto. Ma non c'era nulla che poteva reggere il confronto. E non esisteva cicatrizzante per curare una ferita così profonda.
Se solo voleva salvarsi da quel calvario, avrebbe dovuto lasciarla andare quando lei voleva farlo invece di ricattarla pur di tenerla con sé.  
(...non dovevano nemmeno sposarsi. Non dovevano assecondare gli eventi. Una volta sfruttata la simbiosi per sopravvivere ai disastri intimi e privati, dovevano prendere ognuno la propria strada. Com'era giusto che fosse)
"Ormai hai raggiunto il tuo obiettivo" le disse quel giorno "hai superato ogni limite!".
Bene.Vattene,cazzo.Mollami.MaFallo,perdio.NonTorturiamociPiùCosì... 
avrebbe voluto dirgli. Ma non lo fece. Perchè... boh, ormai non aveva più risposte per niente. Più risposte, solo certezze. La certezza che quello, nonostante l'apparenza, non fosse Amore. La certezza che non sarebbe mai stato l'Amore a tenere un uomo legato a lei perchè non c'era uomo capace di provare per lei quel sentimento. 

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